Muore nel carcere di Livorno detenuto barese di 55 anni: chiesta l’autopsia

Angelo Giannini era coinvolto nel processo Codice Interno. I domiciliari erano stati concessi il giorno prima del decesso, ma l’uomo non aveva fatto in tempo a lasciare il penitenziario. La famiglia chiede chiarezza sulle cause della morte

carcere

La morte di Angelo Giannini, 55enne originario di Bari, avvenuta venerdì 6 novembre nel carcere di Livorno, solleva interrogativi sulle sue condizioni di salute e sulla permanenza in istituto nonostante le patologie di cui soffriva. I familiari hanno deciso di rivolgersi alla magistratura per ottenere accertamenti sulle circostanze del decesso.

La famiglia ha infatti presentato un esposto alla Procura di Livorno, chiedendo che venga eseguita l’autopsia sul corpo dell’uomo. L’esame autoptico dovrebbe contribuire a stabilire le cause della morte e a ricostruire il quadro clinico del detenuto durante l’ultimo periodo trascorso in carcere.

A rendere particolarmente delicata la vicenda è un provvedimento giudiziario arrivato appena ventiquattro ore prima del decesso. La Corte d’Appello di Bari aveva autorizzato il trasferimento di Giannini agli arresti domiciliari, ma il 55enne è morto prima che la misura potesse essere concretamente applicata.

Le gravi condizioni di salute e la decisione dei giudici

Secondo quanto riferito dall’avvocato Saverio Ingraffia, difensore del detenuto, la concessione dei domiciliari era legata a un quadro sanitario particolarmente compromesso, caratterizzato dalla presenza di diverse malattie croniche.

Tra le patologie indicate dal legale figuravano una cardiopatia ischemica postinfartuale e una precedente embolia polmonare, condizioni che avevano alimentato le preoccupazioni della difesa sulla possibilità che Giannini continuasse a scontare la detenzione all’interno di un istituto penitenziario.

Il provvedimento favorevole della Corte d’Appello era arrivato giovedì 5 novembre, alla vigilia della morte. Una decisione che, secondo il difensore, sarebbe intervenuta troppo tardi rispetto alle necessità sanitarie dell’assistito.

L’avvocato ha contestato soprattutto i tempi con cui è stata riconosciuta la possibilità di sostituire la permanenza in carcere con una misura meno restrittiva, alla luce delle condizioni cliniche dell’uomo.

Le richieste di scarcerazione presentate durante la detenzione

La situazione sanitaria di Angelo Giannini, stando alla ricostruzione fornita dalla difesa, era stata segnalata alle autorità giudiziarie già nelle fasi successive all’arresto.

Nel corso di circa due anni e mezzo di detenzione, il legale e i consulenti medico-legali incaricati avevano presentato diverse istanze, sostenendo che il progressivo peggioramento delle condizioni fisiche rendesse la permanenza in carcere incompatibile con le esigenze di tutela della salute.

Le richieste erano state accompagnate da valutazioni sanitarie che, secondo la difesa, documentavano una situazione clinica sempre più preoccupante.

Le conclusioni dei consulenti della difesa non avevano però trovato riscontro nelle valutazioni dei periti nominati dai giudici. Questi ultimi, fino all’ultimo accertamento, avevano espresso un orientamento differente rispetto alla presunta incompatibilità tra le condizioni di Giannini e il regime detentivo.

Una divergenza di valutazioni che rappresenta uno degli aspetti centrali della vicenda, soprattutto alla luce del successivo riconoscimento della possibilità di applicare gli arresti domiciliari.

Il difensore ha descritto il periodo trascorso dall’assistito in carcere come una detenzione dalle condizioni «inumane», contestando la mancata adozione anticipata di una misura alternativa.

Si tratta di affermazioni riconducibili alla posizione del legale, sulle quali non risultano, sulla base delle informazioni disponibili, accertamenti definitivi.

Il coinvolgimento nell’inchiesta Codice Interno a Bari

Angelo Giannini era tra gli imputati del procedimento giudiziario nato dall’inchiesta Codice Interno, l’indagine che aveva portato all’attenzione degli investigatori presunti collegamenti tra organizzazioni mafiose, interessi economici e ambienti politici del capoluogo pugliese.

Nell’ambito del processo, il 55enne era stato condannato in primo grado a 10 anni e 8 mesi di reclusione. La sentenza non costituiva quindi una decisione definitiva.

L’inchiesta aveva assunto particolare rilevanza nel panorama giudiziario barese per la natura delle contestazioni e per il quadro di presunte relazioni tra criminalità organizzata e altri settori della vita cittadina.

La posizione processuale di Giannini si inseriva in questo procedimento, mentre le questioni relative alla sua salute avevano dato origine a una serie di iniziative giudiziarie finalizzate a ottenere una diversa modalità di custodia.

La famiglia attende risposte sulle cause del decesso

L’attenzione si concentra adesso sugli accertamenti richiesti dai familiari, che intendono conoscere con precisione le ragioni della morte del loro congiunto.

L’autopsia richiesta alla Procura di Livorno potrebbe fornire elementi utili per chiarire le cause del decesso, anche in relazione alle patologie pregresse e al quadro sanitario complessivo del detenuto.

Resta inoltre al centro della vicenda la tempistica del provvedimento della Corte d’Appello di Bari, che aveva disposto i domiciliari quando Giannini si trovava ancora nel penitenziario toscano.

La morte è sopraggiunta prima del trasferimento, impedendo l’effettiva esecuzione della misura alternativa.

Come riportato dall’Ansa, la difesa ritiene che il riconoscimento delle condizioni necessarie per concedere gli arresti domiciliari sia arrivato tardivamente. Saranno gli eventuali approfondimenti medico-legali e le valutazioni dell’autorità giudiziaria a chiarire se emergano ulteriori elementi rilevanti rispetto alla gestione sanitaria e alle circostanze della morte del 55enne.

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