Nei corridoi di una scuola elementare di Bari, un gruppo di bambini di otto anni sta trasformando in jingle un piccolo vocabolario di parole legate al codice della strada. In un’altra classe, gli studenti stanno preparando un cartello che verrà poi esposto nel parco principale della città. In un istituto della provincia, un ragazzo del liceo scrive lo storyboard di un cortometraggio sulla velocità. Sono le tracce di un lavoro che dura da quindici anni e che ha portato l’associazione aMichi Visaggi ODV, con sede a Bari, a incontrare più di ottomila bambini e ragazzi sul territorio pugliese e in alcune occasioni anche fuori regione. Il filo che tiene insieme queste scene è una scelta pedagogica precisa, adottata fin dall’inizio: parlare di sicurezza stradale senza mostrare incidenti, senza ricorrere allo shock, senza usare la paura come leva.
L’aula come laboratorio: la lezione la fanno gli studenti
Nell’impianto costruito dall’associazione, fondata a Bari nel 2011 dopo la scomparsa di Michele Visaggi in un incidente stradale, l’idea di partenza è ribaltare il rapporto classico fra chi porta il messaggio e chi lo riceve. In aula non si arriva con una lezione da somministrare: si arriva con una domanda, chiedendo agli studenti di proporre qualcosa di loro. Uno slogan, un jingle, un disegno, un cartello, un piccolo gesto teatrale. È un lavoro che dà origine, negli anni, a opere che restano nelle scuole della città e nei luoghi pubblici, come il parco principale di Bari, dove l’associazione ha collaborato con le classi per l’installazione di segnali frutto dell’immaginazione degli studenti. «È un modo di far diventare la sicurezza stradale qualcosa che appartiene ai ragazzi», nota il vicepresidente Francesco Visaggi, avvocato del Foro di Bari. «Quando vedono nei corridoi della scuola o nei parchi le opere che hanno realizzato loro stessi, il messaggio smette di essere un’imposizione degli adulti e diventa una responsabilità condivisa».
Teatro canzone, cortometraggi, videointerviste: gli strumenti di un metodo
Attorno a questa scelta di fondo si è strutturato negli anni un impianto di strumenti che combina linguaggi artistici e competenze specialistiche. Ci sono gli esercizi di teatro canzone, particolarmente efficaci con le classi più piccole, nato da un’idea del direttore artistico Davide Ceddia, in cui il vocabolario della sicurezza stradale viene incastonato in un jingle che i bambini poi canticchiano in macchina con i genitori, associando quella melodia a comportamenti corretti. C’è il lavoro dello psicologo della mobilità, il dott. Antonio Consiglio, sui limiti della percezione al volante, perché tendiamo tutti a sopravvalutare i nostri tempi di reazione. C’è la cooperativa Caps che porta nelle classi un percorso sulle sostanze psicotrope e sulle dipendenze, con piccoli simulatori collegati a un computer e maschere dotate di lenti che riproducono la percezione distorta prodotta da alcol e droghe. Dallo scorso anno il gruppo si è arricchito di un ingegnere meccanico che introduce nozioni di fisica applicata alla guida, dalla dinamica della frenata al comportamento del veicolo negli urti. A questo si aggiunge un archivio di produzioni proprie: cortometraggi, showreel e le «Pillole di sicurezza», una serie di videointerviste realizzate anni fa per le strade di Bari a passanti di ogni età, cui venivano poste domande basilari sul codice, dalla revisione ai limiti di velocità fino all’uso della rotatoria. Il montaggio, volutamente ironico, viene ancora oggi proposto nelle classi per aprire una discussione sul livello reale di conoscenza del codice.
«I giovani sono meglio di quello che pensiamo»
Nel format degli incontri c’è poi un passaggio che l’associazione considera decisivo: la testimonianza personale di Visaggi ai ragazzi, che racconta il peso dell’assenza di un fratello scomparso sulla strada e ciò che questo significa nel tempo per una famiglia. È un momento in cui il clima dell’aula cambia. «Nel momento della testimonianza cade un silenzio molto denso, e i ragazzi ascoltano», commenta Visaggi. «È da quel silenzio che sono arrivato a una convinzione precisa: i giovani di oggi non sono affatto disattenti, come spesso si dice. Sono sensibili e attenti, bisogna solo parlargli in modo aderente al loro linguaggio e alla loro epoca». L’osservazione ricorre nei riscontri che l’associazione riceve da insegnanti e famiglie: molti genitori raccontano che i figli, tornati a casa dopo l’incontro, diventano i primi a richiamarli all’attenzione, ricordando la cintura, il telefono da riporre alla guida, il rispetto dei limiti.
Il tempo lungo del cambiamento culturale
Su un punto Visaggi torna spesso: il cambiamento culturale non è mai immediato. Una sanzione o una norma nuova produce un adeguamento rapido ma superficiale, che si erode con la percezione che il controllo si sia allentato. Per modificare stabilmente i comportamenti servono anni, come è accaduto in Italia per il divieto di fumo nei locali pubblici, dove sono stati necessari circa sette anni perché una regola diventasse abitudine sociale interiorizzata. È su questo tempo lungo che l’associazione ha scommesso fin dall’inizio, scegliendo un pubblico prevalentemente giovane e un linguaggio che punta sulla consapevolezza invece che sul divieto. «Quando parli di strada facendo leva sulla paura, l’attenzione c’è ma dura pochissimo», sintetizza il vicepresidente. «Immagini cruente e scene di incidente producono un impatto immediato che si dissolve in fretta. Noi abbiamo scelto un percorso opposto, che parte dalla vita, dai comportamenti positivi, dai piccoli particolari. È un messaggio che scava più in profondità e che resta a lungo nella memoria di chi ascolta». Un investimento che, secondo la logica dell’associazione, dà frutti a quindici o vent’anni di distanza, quando gli studenti incontrati nelle aule di oggi saranno i guidatori di domani.
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