Diciotto mesi prima di arrivare alla protesi definitiva, oppure quattro o cinque. Quando in un paziente l’osso disponibile non è sufficiente per ospitare un impianto nella zona posteriore della mascella, l’intervallo che separa la diagnosi dall’esito finale può cambiare in modo significativo in base alla procedura adottata. Allo Studio dentistico del Dott. Biagio Rapone, a Bari, da tempo la scelta è caduta su una procedura mini-invasiva con acido ialuronico, che riduce i passaggi chirurgici e accorcia in modo importante il percorso del paziente. Una direzione coerente con la filosofia complessiva dello studio, dove ogni intervento viene valutato anche in funzione di quanto pesa, in termini di tempo e di invasività, sulla vita quotidiana di chi vi si sottopone.
All’origine del problema c’è un fenomeno fisiologico noto. In assenza dei denti molari, il seno mascellare, una cavità pneumatica del distretto craniofacciale, tende ad ampliarsi verso il basso, riducendo progressivamente lo spessore di tessuto osseo disponibile per ospitare un impianto. Per gestire questa condizione, la chirurgia odontoiatrica ha utilizzato a lungo una tecnica con approccio laterale: si apriva una finestra ossea, si sollevava la membrana di Schneider (il rivestimento interno del seno), si introduceva biomateriale di sintesi, si attendevano sei mesi perché si formasse nuovo osso e solo a quel punto si inseriva l’impianto. Una procedura clinicamente solida, ma che richiedeva al paziente due interventi distinti e tempi di recupero non trascurabili tra una fase e l’altra.
Cosa cambia con l’approccio crestale
«Il grande rialzo del seno mascellare si rende necessario quando l’osso residuo nella zona posteriore della mascella non è sufficiente per ospitare un impianto», spiega il Dott. Rapone, chirurgo odontoiatra autore di oltre cento pubblicazioni scientifiche internazionali. «Esiste un valore guida che la letteratura riconosce: a partire da 5 millimetri di osso residuo possiamo intervenire con un mini rialzo crestale, sotto quella soglia la predicibilità diminuisce e si entra nel territorio del grande rialzo. Storicamente questo significava aprire una finestra laterale, sollevare la membrana di Schneider (il rivestimento interno del seno), inserire biomateriale, attendere sei mesi e poi tornare per l’inserimento dell’impianto: complessivamente circa un anno e mezzo prima di arrivare alla protesi definitiva.»
Lo stesso Dott. Rapone ha eseguito numerose volte il rialzo con la metodica laterale e ne ricorda l’efficacia clinica, ma anche il decorso post-operatorio impegnativo: gonfiori importanti, tempi di recupero più lunghi e un rischio non trascurabile di perforazione della membrana di Schneider, la sottile membrana che riveste internamente la cavità sinusale. Una complicanza che nei casi più seri imponeva di rinviare l’intervento.
Acido ialuronico: un materiale che il corpo riconosce come proprio
Il principio della tecnica alternativa parte da una constatazione: l’acido ialuronico è un componente naturale del tessuto connettivo umano, non un materiale estraneo all’organismo. Nella formulazione utilizzata per questa procedura, viene impiegata una versione a consistenza densa e a riassorbimento lento, capace di mantenere stabile la propria forma nel tempo. Una scelta che riflette ancora una volta l’impostazione integrata dello studio: dove possibile, privilegiare materiali biocompatibili rispetto ai materiali di sintesi.
«Con la tecnica crestale operiamo attraverso un piccolo accesso, senza dover praticare la finestra laterale», descrive il Dott. Rapone. «L’acido ialuronico viene iniettato e solleva la membrana del seno mascellare creando una sorta di effetto tenda. Trattandosi di un liquido denso che spinge in modo uniforme, anziché di uno strumento rigido che scolla e solleva la membrana, il rischio di perforazione tende a presentarsi in misura significativamente minore. A questo punto inseriamo subito l’impianto, che svolge una doppia funzione: chiude il sito chirurgico e mantiene stabile lo spazio appena formato.»
Quando il sangue diventa il primo materiale rigenerativo
Il meccanismo che porta alla formazione di nuovo osso ricalca un principio consolidato nella medicina rigenerativa: creare uno spazio stabile e lasciare che il sangue del paziente, ricco di fattori di crescita, lo colonizzi e generi tessuto osseo.
«Il meccanismo è lo stesso che è alla base dell’uso di altri biomateriali», spiega il Dott. Rapone, «mantenere uno spazio e permettere al sangue di colonizzarlo e rigenerarlo. Il sangue resta uno dei migliori rigenerativi che il corpo umano metta a disposizione. In questa procedura creiamo l’effetto tenda, introduciamo un materiale a lento riassorbimento che il corpo riconosce come proprio, e il sangue può rigenerare osso in tempi sensibilmente più rapidi rispetto ai protocolli tradizionali. Quattro-cinque mesi sono in genere sufficienti per arrivare alla riabilitazione protesica, contro l’anno e mezzo circa richiesto dalla via classica.»
Lo studio dispone di documentazione radiografica, con TAC di confronto pre e post-intervento, che mostra la quantità di osso rigenerato a distanza dalla procedura.
L’impatto sul paziente: meno tempo, meno interventi, una sola seduta chirurgica
I vantaggi pratici per chi si sottopone alla procedura sono molteplici. Il gonfiore post-operatorio tende a essere più contenuto rispetto al grande rialzo tradizionale. Non è necessaria una seconda seduta chirurgica per inserire l’impianto, e questo elimina sia i mesi di attesa intermedi sia un secondo recupero. Si riduce il numero di controlli ambulatoriali da prevedere nei mesi successivi. Anche il costo complessivo per il paziente risulta più contenuto: il materiale impiegato è meno oneroso del biomateriale di sintesi e la minor complessità procedurale si riflette sulla tariffa finale.
«Sul piano economico, questa procedura risulta meno impegnativa per il paziente rispetto al grande rialzo classico», conferma il Dott. Rapone. «Per noi è una direzione che ha senso solo se porta un beneficio reale al paziente. Il lavoro è incentrato su di lui, e sulla soddisfazione che poi diventa anche il primo veicolo di passaparola.» E per ridurre lo stress e la tensione in cui il paziente può imbattersi durante un intervento chirurgico, lo Studio Dentistico del Dott. Rapone propone la tecnica di sedazione cosciente, adatta proprio per chi ha paura del dentista, per i pazienti pediatrici o fragili. «Grazie alla sedazione cosciente, che può venire somministrata per via inalatoria, l’esperienza odontoiatrica diventa più confortevole e accessibile a tutti.» afferma il Dott. Rapone.
Un anello in una catena di scelte cliniche coerenti
Il grande rialzo del seno mascellare con acido ialuronico, all’interno dell’attività di studio, si colloca dentro un disegno più ampio che guida tutte le scelte cliniche: contenere l’invasività, limitare il ricorso ai farmaci, privilegiare i materiali biologicamente compatibili. Prima dell’inserimento dell’impianto, il sito chirurgico viene preparato attraverso una fase di decontaminazione che impiega ozono gassoso e laser terapia, riducendo in modo significativo la carica batterica e creando condizioni favorevoli alla guarigione. Il follow-up successivo si avvale di test clinici documentati, non soltanto della verifica radiologica dell’impianto. Una sequenza che riflette il modello integrato dello studio, dove tecnologie e strumenti diversi cooperano in un disegno unitario.
«Vorrei chiudere su un concetto importante», dice il Dott. Rapone. «La prevenzione resta il punto di partenza, insieme alla conservazione di ciò che il paziente ha già: la chirurgia dovrebbe essere l’opzione che si valuta solo dopo aver esplorato le alternative. E quando si arriva al gesto chirurgico, lo si fa con competenza, precisione e con un’attenzione costante alla tutela del paziente.»
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