L’ipotesi di introdurre in Puglia nuovi percorsi formativi destinati alle figure di Operatore socio sanitario specializzato e assistente infermiere sta generando un acceso dibattito nel settore sanitario. A prendere posizione contro questa proposta sono la Federazione Migep – Stati generali OSS e il sindacato Shc, che evidenziano numerose problematiche legate alla mancanza di un quadro normativo chiaro e definito.
Secondo quanto riportato dalle organizzazioni, uno dei principali nodi riguarda l’assenza di riconoscimento ufficiale per queste figure professionali. In particolare, l’Operatore socio sanitario specializzato non risulta attualmente contemplato nei contratti collettivi nazionali, né dispone di un inquadramento giuridico, economico o assicurativo. Questa lacuna rischia di tradursi in una formazione priva di reali prospettive occupazionali, con conseguenze dirette sui cittadini, sia in termini economici sia di aspettative disattese.
Ancora più complessa appare la situazione dell’assistente infermiere. Questa figura, infatti, non è riconosciuta come professione sanitaria e risulta oggetto di contenzioso presso il TAR del Lazio, oltre a non rientrare nelle disposizioni della Legge Gelli-Bianco né nel decreto ministeriale del 15 dicembre 2023 n. 223. Tale vuoto normativo solleva interrogativi rilevanti, soprattutto in merito alla responsabilità professionale e alla copertura assicurativa, elementi fondamentali per garantire la sicurezza delle cure.
Le criticità non si fermano qui. Le sigle sindacali sottolineano che, alla luce del DPCM del 28 febbraio 2025, l’assistente infermiere rischia di sovrapporsi alle competenze già attribuite agli OSS, fino ad assorbirne alcune funzioni attraverso percorsi semplificati o sanatorie. Questo scenario potrebbe generare confusione organizzativa all’interno delle strutture sanitarie, compromettendo l’efficienza del sistema assistenziale.
Il tema si inserisce in un contesto più ampio, caratterizzato da una cronica carenza di personale sanitario, in particolare infermieristico. Tuttavia, secondo Migep e Shc, la creazione di figure intermedie prive di solide basi giuridiche non rappresenta una soluzione efficace. Al contrario, potrebbe contribuire ad aumentare le cosiddette “zone grigie operative”, con possibili ripercussioni sulla qualità dell’assistenza e sulla sicurezza dei pazienti.
Un ulteriore elemento di criticità riguarda il rispetto delle normative europee. Le organizzazioni richiamano infatti la Direttiva 2005/36/CE, evidenziando possibili difficoltà nel riconoscimento delle qualifiche a livello comunitario e nella loro uniformità rispetto agli standard degli altri Stati membri. Questo aspetto rischia di compromettere la mobilità professionale e la trasparenza del sistema formativo italiano.
Alla base della contestazione emerge quindi una richiesta precisa: evitare interventi frammentari e puntare invece su riforme strutturali. Secondo le sigle coinvolte, è necessario valorizzare le professioni già esistenti, a partire dagli OSS, investendo nella loro formazione e nel loro riconoscimento, piuttosto che introdurre nuove figure destinate a creare sovrapposizioni e incertezze.
Per affrontare la questione in modo organico, viene proposta l’istituzione di un tavolo tecnico istituzionale che coinvolga tutte le parti interessate. L’obiettivo è quello di fare chiarezza sul futuro delle professioni sanitarie e definire un percorso condiviso, in grado di garantire stabilità normativa, qualità dell’assistenza e tutela dei cittadini.
In questo contesto, la decisione finale spetta alla politica regionale e nazionale, chiamata a scegliere tra modelli organizzativi differenti: da un lato un sistema basato sulla valorizzazione delle figure esistenti, dall’altro la creazione di nuovi profili professionali ancora privi di un adeguato riconoscimento.
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