Precariato scolastico, docente in pensione ottiene 14mila euro

Una sentenza del tribunale riconosce il risarcimento a un insegnante di religione dopo anni di contratti a termine reiterati oltre i limiti di legge

La decisione del Tribunale del Lavoro di Bari segna un passaggio rilevante nella lunga questione del precariato scolastico. Un insegnante di religione, giunto alla pensione senza mai essere stato immesso in ruolo, ha ottenuto un risarcimento di circa 14mila euro per l’abuso dei contratti a tempo determinato subiti nel corso della carriera. Il giudice ha riconosciuto l’illegittimità della reiterazione degli incarichi, condannando il Ministero dell’Istruzione e del Merito al pagamento di un’indennità pari a sei mensilità dell’ultima retribuzione.

Il pronunciamento si inserisce nel solco della più recente giurisprudenza della Corte di Cassazione, che nel novembre 2025 ha ribadito i limiti all’utilizzo sistematico dei contratti a termine nella pubblica amministrazione. Secondo il tribunale, l’amministrazione non può ricorrere in modo continuativo a personale precario per coprire esigenze strutturali e permanenti, soprattutto quando i posti risultano vacanti e disponibili.

Il caso riguarda Vincenzo D’Alba, docente barese che ha iniziato a lavorare nel 2007 con incarichi annuali. Per sedici anni ha insegnato con contratti in scadenza al 31 agosto, rinnovati di anno in anno senza che si aprisse la possibilità di stabilizzazione. Pur avendo superato ampiamente la soglia dei 36 mesi su posti vacanti, limite individuato dalla normativa europea e nazionale come spartiacque per evitare l’abuso del lavoro flessibile, non è mai stato bandito un concorso che gli consentisse di accedere al ruolo.

La sentenza ha evidenziato proprio questo aspetto: l’assenza di procedure concorsuali con cadenza regolare ha di fatto impedito ai docenti di religione di uscire dalla condizione di precarietà cronica. L’ultimo concorso risaliva infatti al 2004, determinando un blocco nelle immissioni in ruolo e una conseguente proliferazione di incarichi a termine.

Nel dispositivo, il giudice del lavoro Luigia Lambriola ha riconosciuto che la reiterazione dei contratti ha configurato un abuso contrario alle direttive europee, che vietano l’utilizzo prolungato di rapporti temporanei per coprire fabbisogni stabili. Da qui la condanna al risarcimento, quantificato in sei mensilità dell’ultima retribuzione percepita, per un totale vicino ai 14mila euro.

Redazione

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