Si è conclusa con un provvedimento di archiviazione la vicenda giudiziaria che per quattro anni ha coinvolto un giovane di Bari, finito sotto inchiesta quando aveva poco più di vent’anni con l’accusa di adescamento di minore tramite chat e per i successivi incontri intimi con la ragazza coinvolta.
Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Bari, Antonella Cafagna, ha accolto la richiesta avanzata dalla Procura, stabilendo l’infondatezza della notizia di reato e mettendo così fine a un procedimento che aveva inciso profondamente sulla vita del giovane. L’indagine era stata coordinata dal pubblico ministero Luisiana Di Vittorio, mentre la difesa dell’indagato era stata affidata all’avvocato Antonio Maria La Scala.
Determinante, ai fini della decisione finale, è stata l’analisi del contenuto delle conversazioni WhatsApp acquisite nel corso delle indagini. Gli accertamenti erano stati affidati alla polizia postale di Bari dopo che, in una prima fase, il Gip aveva ritenuto necessario approfondire ulteriormente il quadro investigativo.
La Procura, infatti, aveva già richiesto una prima archiviazione dopo circa due anni di verifiche, sostenendo che non fossero emersi elementi idonei a dimostrare né il fatto contestato né il dolo specifico richiesto dalla norma. In quel momento, però, il giudice non aveva accolto la richiesta, disponendo nuovi accertamenti tecnici sui dispositivi elettronici e sulle chat intercorse tra i due giovani.
Una volta completata l’attività investigativa supplementare, il pubblico ministero ha nuovamente chiesto l’archiviazione. Secondo quanto emerso dalla lettura delle conversazioni, non vi sarebbero stati comportamenti riconducibili all’adescamento di minore così come previsto dalla legge.
Nelle motivazioni, il Gip ha sottolineato come il reato richieda specifiche condotte manipolative o persuasive, tra cui artifici, minacce o lusinghe finalizzate a conquistare la fiducia del minore attraverso strumenti telematici o mezzi di comunicazione. Elementi che, nel caso esaminato, non sarebbero stati individuati.
Il giudice ha inoltre evidenziato che i semplici “like” lasciati sui social network alle fotografie pubblicate dalla ragazza non possono essere considerati sufficienti per configurare il reato contestato. Dalle chat, al contrario, sarebbe emerso un quadro differente rispetto all’ipotesi iniziale formulata dagli investigatori.
Secondo gli atti acquisiti, sarebbe stata la minorenne a prendere l’iniziativa nei contatti online, avviando le conversazioni con il giovane e chiedendo anche l’invio di materiale esplicito. Sempre dalle conversazioni analizzate sarebbe emersa inoltre la volontà della ragazza di organizzare incontri con finalità intime.
Il Gip ha condiviso le valutazioni formulate dalla difesa, arrivando alla conclusione che le conversazioni rappresentassero il dialogo tra “due ragazzi in esplorazione della propria sessualità”. Un percorso che, secondo quanto riportato nel provvedimento, si sarebbe sviluppato inizialmente attraverso lo scambio consensuale di contenuti autoprodotti e successivamente mediante incontri personali.
La decisione del Tribunale chiude così definitivamente una lunga fase giudiziaria che aveva visto il giovane al centro di accuse particolarmente delicate e che, alla luce delle risultanze investigative, sono state ritenute prive di fondamento.
L’archiviazione mette quindi fine a un procedimento durato quattro anni, durante i quali gli inquirenti hanno esaminato nel dettaglio comunicazioni digitali, contenuti social e dinamiche relazionali tra i due protagonisti della vicenda.
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