C’è un paradosso, sulle strade italiane, che raramente entra nel dibattito pubblico sulla sicurezza. Da un lato l’industria automobilistica dispone da anni di sistemi capaci di intervenire nei pochi secondi che separano una distrazione da un sinistro: frenata automatica per pedoni e ciclisti, lettura dei cartelli di velocità con avviso sonoro, correzione della traiettoria in caso di uscita di corsia. Dall’altro il parco autovetture italiano continua a essere fra i più anziani d’Europa, con un’età mediana di 13 anni secondo l’ultimo Annuario Statistico ACI, sopra la media dell’Unione. Il risultato è che la maggior parte delle vetture in circolazione non ha a bordo nessuno di questi dispositivi. Sull’urgenza di sanare questa forbice l’associazione barese aMichi Visaggi ODV, fondata nel 2011 in memoria di Michele Visaggi e attiva da quindici anni sulla prevenzione stradale, sta portando avanti da mesi una posizione precisa: quelle tecnologie andrebbero diffuse a tappeto e, dove ha senso, andrebbero rese obbligatorie.
«Se salvano vite, non possono restare un optional»
Nell’ottica dell’associazione, che dal 2011 ha incontrato oltre ottomila studenti nelle classi elementari, medie e superiori di tutta la Puglia e in alcuni casi anche di altre regioni, il salto tecnologico è stato compiuto ma il ritorno concreto sulla sicurezza delle strade resta condizionato dalla velocità di ricambio del parco veicoli. «La tecnologia oggi disponibile sulle nuove vetture può fare una parte importante del lavoro nel ridurre l’impatto dell’errore umano», osserva il vicepresidente Francesco Visaggi, avvocato del Foro di Bari. «Parliamo di sistemi che non hanno un costo proibitivo e la cui utilità, in termini di vite risparmiate, è documentata. Farne dotazione standard anche sulle utilitarie sarebbe una scelta razionale prima ancora che etica». La proposta è di individuare un nucleo di dispositivi, dalla frenata automatica in caso di pedone o ciclista sulla traiettoria al sensore che legge i cartelli e segnala il superamento del limite, e valutarne l’obbligatorietà anche al di sotto delle attuali soglie normative, in modo che nessuna vettura venga più immatricolata senza di essi. «Sulla strada si mette in gioco la vita», commenta Visaggi, «e a quel punto lasciare la diffusione di un dispositivo alla libera scelta dell’acquirente diventa difficile da giustificare».
Il guidatore consapevole come primo dispositivo di sicurezza
C’è però un secondo passaggio che l’associazione considera altrettanto importante, e che riguarda i limiti della tecnologia stessa. Un sensore può frenare al posto del guidatore quando individua un pedone, ma non può ricreare l’attenzione, la lucidità, la prudenza di chi è al volante. «Per quanto avanzati, questi dispositivi restano una rete: entrano in scena quando qualcosa non ha funzionato prima», precisa Visaggi. «Chi guida non può essere sostituito da un algoritmo, per quanto intelligente. La sua attenzione, il suo stato psicofisico, le sue decisioni continueranno a determinare buona parte di quello che accade in strada. Il messaggio dei nostri incontri nelle scuole è che tecnologia e consapevolezza devono viaggiare insieme». È su quest’ultimo versante che l’associazione lavora quotidianamente, con attività nelle aule, produzione di contenuti sui social, momenti artistici pubblici e collaborazioni con figure specialistiche: psicologi della mobilità, un ingegnere meccanico entrato nel gruppo lo scorso anno per raccontare la fisica della frenata, operatori formati sulle dipendenze da alcol e sostanze psicotrope. Il senso di una doppia direttrice, tecnologica e culturale, sta nell’idea che gli incidenti stradali non abbiano una sola causa e non possano essere affrontati con una sola leva. Se la sicurezza a bordo delle auto è ormai una questione di ingegneria e regolamentazione, quella dei comportamenti resta un lavoro lento e paziente, che secondo Visaggi darà i suoi frutti quando gli studenti di oggi saranno i guidatori di domani.
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