Omicidio sull’Alta Murgia, 15 arresti tra Italia, Albania e Spagna

L’inchiesta coordinata da Dda di Bari e Spak di Tirana ricostruisce un delitto maturato nel contesto del narcotraffico e del controllo criminale sul territorio di Barletta

A oltre un anno dall’omicidio di Francesco Diviesti, le autorità italiane e albanesi hanno eseguito un vasto blitz internazionale che ha portato all’emissione di 15 misure cautelari tra Italia, Albania e Spagna. L’operazione, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Bari insieme alla Procura speciale anticorruzione di Tirana, ha acceso nuovamente i riflettori su un delitto che gli investigatori ritengono collegato alle dinamiche della criminalità organizzata attiva nel traffico di droga.

Le misure hanno coinvolto undici cittadini albanesi e quattro italiani. Alcune donne sono state raggiunte da provvedimenti meno restrittivi, come gli arresti domiciliari e l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Gli arresti sono stati effettuati tra Barletta, Anagni, il carcere romano di Rebibbia, Tirana, Fier, Valona e Madrid, anche attraverso un mandato internazionale.

Le accuse contestate spaziano dall’omicidio aggravato dal metodo mafioso al riciclaggio internazionale di denaro, passando per porto illegale di armi, favoreggiamento personale e tentata estorsione. Fondamentale il supporto di Eurojust, l’organismo europeo che coordina la cooperazione giudiziaria tra Stati membri.

Secondo la ricostruzione investigativa, l’uccisione di Diviesti sarebbe stata decisa per riaffermare il controllo criminale sul territorio di Barletta e sulle attività di spaccio. Gli inquirenti parlano di una punizione maturata dopo tensioni legate a denaro, presunti debiti e dinamiche interne al gruppo. Un contesto in cui, secondo la Procura, bastava contestare l’autorità del capo per essere eliminati.

Il delitto si consumò nella notte del 25 aprile 2025, dopo una lite avvenuta in un locale di Barletta. La vittima venne successivamente condotta in una cava isolata dell’Alta Murgia, nelle campagne di Canosa di Puglia. Qui sarebbe stata costretta a inginocchiarsi prima di essere raggiunta da cinque colpi di pistola sparati a distanza ravvicinata con due armi differenti.

Per cancellare le tracce, il corpo fu sistemato tra alcuni pneumatici e incendiato. Una modalità che, secondo gli investigatori, richiama tecniche utilizzate dalla criminalità organizzata pugliese negli anni Novanta.

Le indagini permisero di individuare il cadavere dopo quattro giorni. Nel frattempo il principale sospettato, cittadino albanese ritenuto l’esecutore materiale dell’omicidio, aveva già lasciato l’Italia. Fu rintracciato due mesi più tardi in Ungheria, nella città di Roshe, dove venne arrestato nell’ambito di un altro procedimento legato al traffico di stupefacenti. In quell’occasione le autorità sequestrarono 24 chili di cocaina pura.

Parallelamente, gli investigatori ricostruirono una rete di trasferimento illecito di denaro tra Italia e Albania. L’inchiesta avrebbe documentato un sistema stabile di riciclaggio dei proventi del narcotraffico, gestito attraverso soggetti collegati a una struttura operativa con base a Tirana.

Nel corso delle attività investigative sono stati sequestrati oltre 1,1 milioni di euro. Una parte del denaro, circa 412mila euro in contanti, venne trovata in Italia nella disponibilità di familiari del principale indagato. Altri 680mila euro furono invece intercettati alla frontiera tra Montenegro e Albania grazie alla collaborazione tra la Dia di Bari e la polizia albanese.

Tra i destinatari delle misure cautelari figurano anche familiari degli indagati, dipendenti di una società di trasporto e un presunto narcotrafficante internazionale ritenuto al vertice dell’organizzazione, al momento irreperibile.

Durante la conferenza stampa, il pubblico ministero Daniela Chimienti ha evidenziato come il caso rappresenti una manifestazione della logica mafiosa legata al controllo del territorio. Secondo gli investigatori, l’obiettivo principale era imporre il potere dell’organizzazione criminale attraverso la violenza e l’intimidazione.

Il procuratore di Bari Roberto Rossi ha invece sottolineato il valore della cooperazione internazionale tra le autorità coinvolte, definendo l’operazione un segnale forte contro le organizzazioni criminali transnazionali radicate tra Italia e Albania.

L’indagine si inserisce in un più ampio percorso investigativo sviluppato negli ultimi anni tra la Dda barese e la Spak di Tirana. Le attività rappresentano infatti la prosecuzione delle operazioni “Shefi”, “Kulmi”, “Shpirti” e “Ura”, che dal 2018 hanno portato a numerosi arresti, sequestri patrimoniali milionari e al recupero di tonnellate di sostanze stupefacenti in diversi Paesi europei.

Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Bari ha accolto integralmente l’impianto accusatorio presentato dalla Direzione distrettuale antimafia, riconoscendo le aggravanti della premeditazione e del metodo mafioso. Restano inoltre indagate a piede libero altre tre persone italiane, la cui posizione sarà valutata nel prosieguo dell’inchiesta.

Redazione

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