Cassa Prestanza Bari, Leccese chiede una legge per restituire i contributi ai dipendenti

Il sindaco coinvolge i parlamentari pugliesi per superare il blocco normativo e trovare una soluzione senza rischi per il Comune

La vicenda della Cassa Prestanza del Comune di Bari arriva sul tavolo del Parlamento. Il sindaco Vito Leccese ha inviato una nota ai senatori e ai deputati pugliesi chiedendo di valutare la possibilità di un intervento legislativo che consenta di restituire, almeno in parte, i contributi versati negli anni dai dipendenti comunali iscritti alla cassa.

L’iniziativa rappresenta il seguito dell’impegno assunto dal primo cittadino durante il Consiglio comunale monotematico del 21 maggio, quando l’assemblea cittadina aveva chiesto a Leccese di promuovere un confronto con i rappresentanti istituzionali eletti in Puglia per individuare una soluzione normativa.

La richiesta di una legge in deroga

Al centro della proposta c’è la necessità di superare gli effetti dell’articolo 17 della legge 8 marzo 1968, numero 152, norma che attualmente impedisce agli enti pubblici di riconoscere trattamenti economici alternativi o aggiuntivi rispetto a quelli previsti dagli istituti previdenziali obbligatori.

Secondo l’amministrazione comunale, una modifica normativa specifica permetterebbe di consentire al Comune di Bari di destinare un contributo ai lavoratori iscritti alla Cassa Prestanza, con l’obiettivo di recuperare le somme versate nel corso degli anni.

La soluzione richiesta dovrà però evitare conseguenze sul piano della responsabilità amministrativa e il rischio di un danno erariale per l’ente.

La storia della Cassa Prestanza

La Cassa Prestanza del Comune di Bari è stata istituita nel 1924 come strumento di sostegno per i dipendenti comunali in difficoltà economiche.

Nel corso dei decenni il suo ruolo è cambiato, trasformandosi in un sistema destinato a garantire una forma di liquidazione aggiuntiva ai lavoratori di Palazzo di Città. Gli iscritti versavano ogni mese una quota pari al 3% dello stipendio, con l’obiettivo di ottenere una somma al termine del rapporto lavorativo.

La gestione delle risorse, però, ha progressivamente generato una situazione finanziaria complessa, fino alla decisione di avviare la liquidazione coatta nel 2021.

Il nodo giuridico ancora irrisolto

La difficoltà principale riguarda il quadro normativo vigente. Diverse pronunce giudiziarie hanno evidenziato i limiti entro cui il Comune può intervenire, mentre anche la Corte dei Conti ha richiamato il divieto per gli enti pubblici di finanziare sistemi previdenziali paralleli privi di una natura strettamente pubblica.

In assenza di una modifica legislativa, quindi, l’amministrazione comunale non avrebbe strumenti sufficienti per procedere autonomamente alla restituzione delle somme richieste dai dipendenti.

Redazione

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