Condanne e risarcimenti nel processo “Codice Interno” a Bari

Ventitré imputati condannati nel filone nato dall’indagine sui rapporti tra clan, affari e politica nel quartiere Japigia

Si è concluso con pesanti condanne il processo abbreviato “Codice Interno”, nato dall’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Bari sui presunti legami tra criminalità organizzata, ambienti imprenditoriali e politica locale nel quartiere Japigia. Il gup Chiara Maglio ha inflitto pene complessive severe nei confronti di 23 imputati, ritenuti responsabili a vario titolo di reati legati alla mafia e ad attività criminali collegate al clan Palermiti.

Tra le accuse contestate figuravano associazione mafiosa, traffico di stupefacenti, estorsione, tentato omicidio, detenzione illegale di armi e turbativa d’asta. L’indagine, coordinata dal pubblico ministero della Dda Fabio Buquicchio e sviluppata dagli investigatori della squadra mobile, aveva concentrato l’attenzione sulle dinamiche criminali che ruotavano attorno allo storico gruppo mafioso barese.

Il Tribunale ha inoltre accolto la costituzione di parte civile del Comune di Bari, riconoscendo il diritto dell’amministrazione comunale a ottenere un risarcimento danni. La quantificazione economica verrà definita in una fase successiva, ma la sentenza prevede già il pagamento delle spese processuali sostenute dall’ente pubblico.

Secondo quanto emerso nel procedimento, il sistema investigato avrebbe esercitato una forte influenza sul territorio attraverso attività illecite e intimidazioni riconducibili al metodo mafioso. La giudice ha infatti riconosciuto l’aggravante prevista dall’articolo 416 bis del codice penale in diversi episodi contestati agli imputati.

Tra le condanne più rilevanti spicca quella inflitta ad Antonio Busco, destinatario della pena più alta: 13 anni di reclusione. A seguire, Riccardo Campanale è stato condannato a 11 anni. Coinvolti nel procedimento anche esponenti storici del clan Palermiti: Eugenio Palermiti ha ricevuto una condanna a tre anni e sei mesi, mentre il figlio Giovanni Palermiti dovrà scontare nove anni e tre mesi di carcere.

Nel processo è comparso anche il cantante neomelodico Tommaso “Tommy” Parisi, figlio del boss barese Savinuccio Parisi. Per lui il giudice ha disposto una pena di due anni e due mesi. L’artista era già stato raggiunto in passato da una condanna a nove anni in un diverso filone della stessa indagine antimafia.

Dopo la lettura della sentenza, il sindaco di Bari Vito Leccese ha commentato il pronunciamento definendolo un passaggio importante nel percorso di legalità della città. Il primo cittadino ha evidenziato come la decisione del Tribunale rappresenti un riconoscimento della gravità dei fatti contestati e del danno provocato all’immagine delle istituzioni e della comunità barese.

“Questa sentenza rappresenta un ulteriore e importante passaggio nel percorso di verità e giustizia”, ha dichiarato Leccese, sottolineando il valore simbolico e civile del processo. Il sindaco ha inoltre ribadito il sostegno dell’amministrazione comunale all’attività svolta da magistratura e forze dell’ordine nel contrasto alla criminalità organizzata.

Un altro punto evidenziato dal Comune riguarda la destinazione delle eventuali somme ottenute attraverso i risarcimenti stabiliti dalla giustizia. Leccese ha spiegato che le risorse verranno impiegate in progetti dedicati all’antimafia sociale, con iniziative rivolte al territorio e al contrasto della cultura criminale.

L’inchiesta “Codice Interno” rappresenta uno dei filoni investigativi più rilevanti degli ultimi anni nel capoluogo pugliese, soprattutto per il quadro delineato attorno alle relazioni tra clan mafiosi e contesti economici locali. Le condanne pronunciate nel rito abbreviato segnano ora un nuovo capitolo giudiziario in una vicenda che continua ad avere un forte impatto sulla città di Bari e sul quartiere Japigia.

Redazione

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