Una sentenza destinata a lasciare il segno nel panorama giudiziario pugliese è stata pronunciata dal Tribunale di Bari, seconda sezione collegiale, nell’ambito di un procedimento legato al cosiddetto “Codice Rosso”. I giudici hanno inflitto una condanna a 4 anni e 6 mesi di reclusione nei confronti di un uomo di 32 anni residente a Triggiano, riconosciuto colpevole di una lunga serie di maltrattamenti, lesioni personali e atti persecutori ai danni della sua ex convivente.
Il quadro emerso nel corso del processo ha evidenziato un sistema di violenze continuative che ha profondamente inciso sulla vita della vittima. Le prove raccolte – tra referti medici, testimonianze e documentazione fotografica – hanno delineato un contesto definito “solido” dagli inquirenti, portando così alla decisione finale del collegio giudicante.
Particolarmente rilevante è stata anche la misura accessoria stabilita dai magistrati: l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni, considerata un elemento fondamentale per rafforzare la funzione deterrente della pena. La richiesta iniziale del Pubblico Ministero era stata ancora più severa, pari a 5 anni e 4 mesi di reclusione, ma il Tribunale ha comunque optato per una sanzione ritenuta esemplare per la gravità dei fatti.
Nel procedimento hanno avuto un ruolo attivo anche le parti civili. L’associazione Gens Nova, rappresentata dall’avvocato Nicola Antuofermo, e la stessa vittima, assistita dall’avvocato Anna De Tommaso, hanno contribuito alla ricostruzione dei fatti e alla tutela dei diritti della donna coinvolta.
La vicenda si è sviluppata lungo un arco temporale di oltre un anno, tra i comuni di Casamassima e Triggiano, caratterizzato da un’escalation di comportamenti violenti. Le minacce erano quotidiane e spesso esplicite, con frasi intimidatorie che lasciavano poco spazio all’interpretazione, contribuendo a creare un clima di costante paura. Accanto alla violenza verbale si sono verificati numerosi episodi di aggressione fisica: l’uomo avrebbe più volte afferrato la vittima al collo, arrivando a sbatterle la testa contro superfici dure come il volante dell’auto o mobili domestici.
Uno degli episodi più gravi si è verificato nel settembre 2024, quando la donna è stata aggredita con un morso al volto, gesto che ha ulteriormente aggravato la posizione dell’imputato. Ancora più drammatico quanto accaduto nel gennaio 2025: in quell’occasione, l’uomo avrebbe simulato il tentativo di sfregiarla con un bicchiere di vetro, per poi cercare di soffocarla tappandole naso e bocca. La vittima riuscì a fuggire e a chiedere aiuto alle forze dell’ordine, riportando lesioni giudicate guaribili in dieci giorni.
La violenza non si limitava all’ambito domestico. Durante un soggiorno in Grecia nell’agosto 2024, l’uomo avrebbe mantenuto comportamenti aggressivi nei confronti della compagna, arrivando anche a sottrarle il telefono per impedirle di contattare aiuti esterni mentre si trovava in difficoltà.
Dopo la fine della relazione, la situazione non è migliorata. La condotta dell’imputato si è trasformata in una forma sistematica di stalking, con appostamenti sotto l’abitazione della donna e tentativi di bloccarne i movimenti utilizzando l’auto. Tra febbraio e marzo 2025, questi comportamenti hanno provocato nella vittima uno stato di ansia persistente, costringendola a modificare radicalmente le proprie abitudini quotidiane e a muoversi sempre accompagnata per timore di ulteriori aggressioni.
La sentenza rappresenta un caso significativo nell’applicazione delle norme previste dal Codice Rosso, evidenziando l’importanza di una risposta giudiziaria tempestiva e incisiva nei casi di violenza domestica e di genere.
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