Il futuro del monastero di Santa Teresa Nuova torna al centro dell’attenzione a Bari. Attorno alla struttura di via Amendola sono riemerse le indiscrezioni su un possibile allontanamento delle carmelitane e su una diversa destinazione dell’immobile. Al momento, però, non risultano decisioni ufficiali sulla chiusura del monastero o sulla vendita del complesso.
La storia della comunità affonda le radici nel 1920, quando suor Teresa Gimma, unica figlia di una famiglia benestante barese, riuscì a realizzare la propria vocazione religiosa dopo la morte del padre e a fondare una nuova realtà claustrale. Nel corso di oltre un secolo il monastero ha attraversato diverse fasi, accogliendo numerose religiose e consolidando un rapporto con la città.
Oggi sono cinque le monache presenti, un numero molto distante dalle circa quaranta ospitate in passato. La riduzione della comunità rappresenta certamente un elemento da valutare, ma non comporta automaticamente la soppressione del monastero.
A disciplinare questi casi sono la costituzione apostolica Vultum Dei quaerere di Papa Francesco e la successiva istruzione Cor Orans. Le norme prevedono una verifica della vitalità dei monasteri considerando diversi aspetti: non solo il numero delle religiose, ma anche la capacità di governo, la formazione, la vita liturgica ed economica, le vocazioni e la tenuta complessiva della comunità.
In caso di difficoltà, il diritto canonico contempla anche soluzioni intermedie, come l’affiliazione a un altro monastero o a una federazione. La riduzione numerica, quindi, non significa necessariamente che le carmelitane debbano lasciare la struttura.
A richiamare l’attenzione sulla distinzione tra la situazione canonica della comunità e il destino dell’immobile è Gaetano Dammacco, docente di Diritto ecclesiastico e canonico. Un’eventuale perdita dell’autonomia religiosa non coinciderebbe automaticamente con la vendita o con una diversa destinazione edilizia del complesso: i due aspetti seguono procedimenti distinti.
Nel frattempo, il monastero continua ad avere un ruolo nella vita della città. Una parte degli spazi è stata concessa alla Comunità di Sant’Egidio per attività rivolte alle persone senza dimora, mentre restano i rapporti con realtà associative e missionarie. Una presenza ridotta nei numeri, ma ancora inserita nel tessuto sociale e religioso barese.
La vicenda è seguita anche dall’arcivescovo di Bari-Bitonto, monsignor Giuseppe Satriano, vicino alla comunità carmelitana e attento al valore della vita contemplativa nella diocesi.
Attorno al monastero si è inoltre formato un comitato di cittadini e persone legate alle religiose, impegnato a sostenere la conservazione del complesso e la permanenza della comunità. Sul piano istituzionale, il sindaco Vito Leccese ha assunto l’impegno di seguire la situazione e verificare gli eventuali strumenti di tutela.
Per ora, dunque, il futuro del monastero rimane aperto. Le cinque religiose rappresentano una comunità numericamente ridotta rispetto al passato, ma la loro presenza non risulta al momento accompagnata da un provvedimento definitivo di chiusura. Le eventuali decisioni dovranno passare attraverso gli strumenti previsti dal diritto canonico e civile, mentre le indiscrezioni sul destino dell’area restano, allo stato attuale, prive di conferme ufficiali.
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