Ricci di mare in Puglia: il futuro dopo il divieto regionale

La moratoria sulla pesca introdotta nel 2023 sta per terminare e la regione valuta se estendere lo stop mentre i primi monitoraggi scientifici indicano segnali di ripresa dei fondali

Il destino della pesca dei ricci di mare in Puglia si avvicina a un passaggio decisivo. Tra meno di due mesi terminerà infatti la normativa regionale entrata in vigore il 5 maggio 2023 che ha sospeso il prelievo di questi organismi marini. La misura era stata introdotta con l’obiettivo di proteggere una specie diventata sempre più rara lungo le coste pugliesi, dopo anni di sfruttamento intensivo legato anche alla forte domanda gastronomica.

Ora che il provvedimento si avvicina alla scadenza naturale, la Regione si trova di fronte a una scelta complessa: riaprire la pesca oppure prolungare il blocco per consentire agli ecosistemi marini di consolidare la loro ripresa. La decisione avrà conseguenze sia sull’ambiente sia sulle attività economiche legate al settore ittico.

Tra le prime iniziative istituzionali c’è la richiesta di un confronto ufficiale in Commissione Pesca del Consiglio regionale. Il capogruppo di Fratelli d’Italia Paolo Pagliaro ha sollecitato un’audizione con diversi soggetti coinvolti nella gestione della risorsa: l’assessore regionale competente, Francesco Paolicelli, i rappresentanti di Arpa Puglia e i ricercatori dell’Università del Salento. L’obiettivo è analizzare i dati scientifici raccolti negli ultimi mesi e capire se la strategia adottata finora abbia effettivamente prodotto benefici.

I risultati preliminari delle attività di monitoraggio condotte nel 2025 dal Dipartimento di Scienze e tecnologie biologiche dell’Università del Salento sembrano indicare segnali incoraggianti. Secondo gli studiosi, la presenza dei ricci di mare sui fondali pugliesi starebbe lentamente aumentando, suggerendo che il periodo di tutela abbia contribuito a favorire la ricostituzione delle popolazioni.

Questi organismi marini svolgono un ruolo fondamentale nell’equilibrio dell’ecosistema. Spesso vengono definiti “spazzini del mare” perché si nutrono di alghe e detriti, contribuendo a mantenere puliti i fondali. La loro riduzione drastica negli anni passati aveva sollevato forti preoccupazioni tra biologi e ambientalisti, convinti che una pressione di pesca eccessiva potesse compromettere la stabilità dell’habitat costiero.

Proprio alla luce di questi primi segnali positivi, Pagliaro ha sottolineato la necessità di valutare attentamente una possibile proroga della normativa. Secondo il consigliere regionale, interrompere ora il percorso di tutela rischierebbe di annullare i risultati ottenuti negli ultimi tre anni. L’obiettivo dichiarato è evitare che l’ecosistema torni rapidamente nelle condizioni critiche che avevano reso necessario il divieto.

La questione, tuttavia, non riguarda soltanto la salvaguardia ambientale. Molti pescatori professionisti hanno dovuto sospendere una parte significativa della propria attività a causa dello stop alla raccolta dei ricci. Per questo motivo si discute di una possibile “fase due” della legge che affianchi alle misure di conservazione anche strumenti di sostegno economico.

Tra le proposte avanzate emerge l’ipotesi di riconoscere indennizzi ai titolari di licenza che hanno rispettato il divieto negli ultimi anni. L’idea è quella di trasformare progressivamente il ruolo dei pescatori, coinvolgendoli direttamente nei programmi di controllo, ricerca e ripopolamento. Da semplici operatori della pesca potrebbero diventare protagonisti attivi nella tutela del mare, contribuendo al monitoraggio delle colonie e alla raccolta dei dati scientifici.

Accanto agli incentivi economici, il dibattito politico evidenzia anche la necessità di rafforzare i controlli. Secondo alcune valutazioni, il fenomeno del bracconaggio non si sarebbe completamente fermato durante il periodo di divieto, alimentando un mercato illegale di ricci di mare. Per questo si propone di destinare maggiori risorse alle attività di vigilanza svolte dalle forze dell’ordine e dalle autorità marittime.

Un altro punto ritenuto debole riguarda la comunicazione ai consumatori. Negli ultimi anni sarebbe mancata una campagna informativa capace di spiegare ai cittadini l’importanza della tutela della specie e di scoraggiare l’acquisto di prodotti provenienti da pesca illegale.

Sul piano finanziario, le risorse per sostenere nuove iniziative potrebbero arrivare dai fondi europei destinati al comparto ittico. Il programma Feampa mette a disposizione della Puglia circa nove milioni di euro. La proposta prevede di riservare una quota di circa 900mila euro, distribuiti in tre anni, per finanziare un progetto di ricerca e gestione condivisa della risorsa.

Il piano coinvolgerebbe diversi attori istituzionali e scientifici: Università del Salento, Dipartimento di Veterinaria dell’Università di Bari, Arpa Puglia e gli stessi pescatori professionisti. Le attività verrebbero affiancate dal supporto operativo della Guardia di Finanza e della Capitaneria di Porto per garantire il rispetto delle regole.

La decisione finale spetterà alla Commissione regionale, chiamata a valutare se proseguire con la tutela o riaprire la pesca. Senza un intervento tempestivo, dal prossimo maggio il divieto potrebbe decadere automaticamente, con il rischio di una nuova corsa al prelievo lungo le scogliere pugliesi.

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