Processo Jacobini, requisitoria sul crac Popolare di Bari

Riprende a Bari il procedimento contro gli ex vertici dell’istituto: al centro le accuse di falso in bilancio e ostacolo alla vigilanza per un dissesto da oltre 1,1 miliardi di euro.

È entrato nel vivo davanti al Tribunale di Bari il processo a carico di Marco e Gianluca Jacobini, ex vertici della Banca Popolare di Bari. In aula è in corso la requisitoria del procuratore Roberto Rossi, che ha ricostruito le tappe principali del dissesto dell’istituto, quantificato dall’accusa in oltre 1 miliardo e 144 milioni di euro.

Marco Jacobini, già presidente del Consiglio di amministrazione e ritenuto amministratore di fatto, e Gianluca Jacobini, formalmente vice direttore generale ma indicato come direttore generale di fatto, sono imputati per falso in bilancio e ostacolo all’attività di vigilanza. I due erano stati posti agli arresti domiciliari il 31 gennaio 2020 nell’ambito dell’inchiesta sul crac della banca, oggi Banca del Mezzogiorno.

Nel corso della requisitoria, la Procura ha indicato nei numeri il filo conduttore dell’intera vicenda: una voragine finanziaria da 1 miliardo e 144 milioni di euro, che secondo l’accusa sarebbe stata coperta in larga parte dagli azionisti e dallo Stato. A subire le conseguenze del dissesto sarebbero stati circa 70mila soci, che avevano investito nell’istituto confidando nella sua solidità.

Il crac è stato definito “devastante” per le ricadute sull’economia e sui risparmiatori. Secondo l’impostazione accusatoria, il peso del tracollo non si sarebbe limitato ai bilanci societari ma avrebbe inciso direttamente sui cittadini e sulle finanze pubbliche.

Uno dei punti centrali del processo riguarda la presunta falsificazione dei bilanci a partire dal 2014. La Procura sostiene che i documenti contabili avrebbero restituito all’esterno un’immagine rassicurante della banca, nonostante una situazione interna già compromessa. All’interno emergerebbero segnali di grave difficoltà, mentre verso l’esterno veniva comunicata una stabilità ritenuta non veritiera.

Secondo quanto illustrato in aula, il linguaggio utilizzato nei documenti ufficiali sarebbe stato ambiguo e in alcuni casi falso, con l’obiettivo di evitare interventi restrittivi da parte degli organi di vigilanza. La distanza tra la realtà economica e la sua rappresentazione pubblica costituisce uno degli elementi chiave dell’accusa.

La requisitoria ha toccato anche il ruolo dei tecnici che avrebbero contribuito alla modifica dei dati di bilancio per raggiungere determinati obiettivi. La Procura ha parlato di “falsificazione indiretta” funzionale, secondo l’accusa, a mantenere il controllo della banca ed evitare il commissariamento. Le comunicazioni inviate alle autorità di vigilanza sarebbero state alterate o comunque non pienamente trasparenti.

Il commissariamento disposto dalla Banca d’Italia è poi arrivato nel pieno della crisi. Nel descrivere la gestione dell’istituto, il procuratore ha richiamato valutazioni emerse durante le ispezioni, citando l’espressione secondo cui “la banca era governata come una masseria”, formula attribuita a un esponente di Bankitalia per indicare un modello gestionale ritenuto inefficiente e poco strutturato.

Secondo la tesi accusatoria, la situazione di default si sarebbe protratta nel tempo e, se resa nota prima, avrebbe potuto limitare l’entità del dissesto. La mancata rappresentazione tempestiva delle criticità avrebbe contribuito ad aggravare la crisi fino al punto di non ritorno.

Il procedimento rappresenta un filone dell’indagine principale sul crac della Popolare di Bari. Le posizioni dei due ex dirigenti erano state stralciate per alcuni reati specifici, portando al giudizio immediato. Ora sarà il tribunale a valutare la fondatezza delle accuse nel contraddittorio tra accusa e difesa.

Resta valido il principio di presunzione di innocenza fino a eventuale sentenza definitiva, mentre il processo prosegue per accertare responsabilità e dinamiche di una delle più rilevanti crisi bancarie degli ultimi anni nel Mezzogiorno.

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