Lavoro in Puglia, tra contratti precari e fuga dei talenti

Nel 2024 cresce il numero delle attivazioni ma non quello degli occupati: la regione affronta un mercato segnato da disuguaglianze di genere, occupazioni intermittenti e salari insufficienti

Le condizioni del mercato del lavoro in Puglia continuano a riflettere uno scenario critico, soprattutto per i giovani e le donne. Nonostante un aumento dei contratti attivati nel 2024 rispetto all’anno precedente, il numero effettivo di persone occupate cresce in misura minima, segnalando un aumento della precarietà. Secondo l’analisi della Cgil Puglia, basata sui dati forniti dalla piattaforma Labour Market Intelligence di Sviluppo Lavoro Italia, la qualità del lavoro nella regione è bassa, con un’elevata rotazione contrattuale e un utilizzo sistematico del lavoro part-time o a chiamata.

Nel dettaglio, le attivazioni di rapporti di lavoro sono passate da 1.152.907 del 2023 a 1.179.617 nel 2024, con un incremento di 27mila unità. Tuttavia, le persone effettivamente coinvolte sono aumentate di appena 2.500 unità, passando da 559.296 a 562.869. Il dato più rilevante è l’aumento della media di contratti per lavoratore, salita da 2,06 a 2,10, segnale evidente di una crescente instabilità lavorativa.

Le principali difficoltà riscontrate nel mercato pugliese includono la forte segmentazione settoriale e una significativa disuguaglianza di genere, con solo il 40% delle attivazioni riguardanti le donne. Anche i giovani non sono risparmiati: solo il 38% delle attivazioni ha interessato under 35, i quali trovano opportunità quasi esclusivamente nei settori del commercio, della ristorazione e dell’agricoltura. Questi tre ambiti coprono quasi il 50% delle attivazioni totali, ma secondo i dati dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro, presentano tassi di irregolarità che, nel terziario, superano anche il 70%.

Non cambia nemmeno il numero dei datori di lavoro attivi, fermo a 110.633, con una media di circa 10,6 contratti attivati per ciascuno. Questo dato sottolinea una struttura occupazionale ripetitiva e poco dinamica, in cui le aziende tendono a moltiplicare contratti brevi piuttosto che stabilizzare le risorse.

La segretaria generale della Cgil Puglia, Gigia Bucci, ha evidenziato come la situazione occupazionale continui a spingere molti lavoratori a lasciare la regione. Dal 2015, infatti, oltre 24.000 persone all’anno hanno trasferito la residenza in altre regioni italiane, mentre 1.600 si sono spostate all’estero, nella speranza di trovare condizioni lavorative migliori. Alla base di queste partenze c’è la mancanza di prospettive, l’inadeguatezza dei salari e l’impossibilità di valorizzare le competenze acquisite nei percorsi di istruzione e formazione.

Secondo la Cgil, occorre un cambio di rotta immediato e strutturale che punti alla qualità del lavoro. La dipendenza da settori a basso valore aggiunto, combinata con l’instabilità contrattuale e la scarsa tutela delle categorie più fragili, rappresenta un freno allo sviluppo economico e sociale della Puglia. Solo investendo su occupazione stabile, formazione continua e politiche attive per il lavoro sarà possibile arrestare l’emorragia di talenti e ricostruire un tessuto occupazionale più equo e sostenibile.

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