La ceramica pugliese, uno dei settori di punta dell’artigianato regionale, sta cercando di resistere alle difficoltà imposte dal contesto internazionale. I rincari energetici e l’aumento dei costi delle materie prime, in particolare per alcune componenti degli smalti, sono i principali fattori di vulnerabilità. Nonostante il settore abbia retto finora, la preoccupazione è ancora alta, con la possibilità che il contesto economico possa peggiorare.
Il dopo Covid: un’impennata dei costi insostenibile
Il 2020 è stato un anno cruciale per il settore, segnato dalla pandemia e da un drammatico aumento dei costi del metano, che ha visto i prezzi salire di ben dodici volte. In quel periodo, le aziende hanno vissuto un’esperienza difficile: «I costi energetici salirono da 10.000 a 120.000 euro solo per il metano in un mese», racconta Antonio Coli, amministratore della Fratelli Colì di Cutrofiano (Lecce) alla Gazzetta del Mezzogiorno. «A quel punto, un’azienda chiude o fallisce», continua Coli, sottolineando che, sebbene oggi la situazione sia meno critica, il rischio di un nuovo aumento dei prezzi è sempre dietro l’angolo.
Risposte alle difficoltà: il cambio di approccio energetico
Le aziende ceramiche pugliesi non sono rimaste a guardare e hanno cercato di adattarsi per prevenire eventuali crisi. Nel caso della Fratelli Colì, la strategia è stata quella di alternare metano e propano, quest’ultimo proveniente dall’Africa e quindi meno soggetto a fluttuazioni pericolose. Nicola D’Aniello, di D’Aniello Tradizioni Ceramiche di Terlizzi (Bari), ha invece puntato sulle energie rinnovabili. «Sono più tranquillo perché produco e consumo energia con i miei forni elettrici e il fotovoltaico», afferma D’Aniello, anche se non mancano preoccupazioni: «Se i forni non funzionano grazie ai pannelli, l’elettricità arriva comunque a costare 6.000 euro al mese».
Le sfide future: la concorrenza internazionale e i margini limitati
Nonostante i passi avanti, il settore è ancora strettamente dipendente da due terreni: le materie prime, spesso monopolizzate da grandi multinazionali, e l’energia, con pochi margini di manovra per abbattere i costi. La concorrenza esterna, in particolare quella proveniente dalla Cina, è sempre una minaccia, ma gli imprenditori pugliesi stanno cercando di arginarla con l’aumento dei dazi, che portano i prezzi a un livello simile, facendo riflettere gli acquirenti. Tuttavia, come osserva Coli, «Il Made in Italy è un valore aggiunto, ma non sufficiente. Bisogna sempre lavorarci».
Il futuro incerto: il rischio di chiusure
Il settore della ceramica pugliese potrebbe affrontare seri problemi se i costi dell’energia e delle materie prime dovessero aumentare ulteriormente. D’Aniello lancia un monito: «Se si ripresenta una situazione simile a quella del 2020, il 70% dei ceramisti rischierebbe di chiudere. Sarebbe una strage». La vera sfida, quindi, è quella di evitare che il settore venga travolto da un altro rialzo dei costi che potrebbe portare a debiti insostenibili per le aziende.