Carburanti, a Bari rincari per 25,6 milioni: famiglie e imprese sotto pressione

L’aumento di benzina e diesel pesa sui bilanci del capoluogo pugliese. La Cgia indica nella riduzione degli sprechi pubblici una possibile strada per finanziare interventi contro il caro energia

Il nuovo aumento dei prezzi alla pompa presenta un conto particolarmente pesante anche a Bari. Nel capoluogo pugliese la maggiore spesa per i carburanti viene stimata in 25,6 milioni di euro rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, una cifra che evidenzia quanto le oscillazioni del mercato energetico possano incidere direttamente sulle disponibilità economiche di famiglie e attività produttive.

Il dato emerge dall’analisi dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre, che inserisce Bari tra le grandi realtà urbane italiane maggiormente interessate dai rincari. Nello stesso gruppo figurano anche città come Roma, Milano, Napoli, Brescia e Torino. Il problema, dunque, non riguarda soltanto i singoli automobilisti, ma coinvolge un sistema economico nel quale trasporti, distribuzione delle merci e numerose attività professionali dipendono ancora fortemente dai combustibili tradizionali.

La Cgia punta sulla razionalizzazione della spesa

Una delle questioni centrali riguarda le risorse necessarie per contenere gli effetti degli aumenti. Secondo la Cgia, un possibile margine di intervento potrebbe essere individuato nella razionalizzazione della spesa pubblica, prevista nel 2026 intorno a 1.090 miliardi di euro al netto degli interessi.

Una riduzione pari anche soltanto all’1% permetterebbe, secondo le stime indicate dall’associazione, di recuperare circa 11 miliardi di euro. L’ipotesi non sarebbe quella di ridimensionare le prestazioni dello stato sociale, ma di intervenire sui capitoli caratterizzati da inefficienze, sprechi o agevolazioni che potrebbero essere riorganizzate.

In questo quadro viene richiamato anche il sistema delle agevolazioni fiscali. Tra deduzioni e detrazioni, il loro valore complessivo raggiungerebbe ogni anno circa 130 miliardi di euro. Una revisione selettiva di questi strumenti potrebbe quindi consentire allo Stato di ottenere nuove risorse da destinare a misure capaci di attenuare l’impatto dei rincari energetici.

A ottobre il costo aggiuntivo nazionale supera il miliardo

La situazione barese si inserisce in uno scenario molto più ampio. A ottobre la maggiore spesa sostenuta complessivamente dagli italiani viene quantificata in circa 1,1 miliardi di euro rispetto all’anno precedente, ipotizzando livelli di consumo invariati.

Gli interventi adottati dalle compagnie petrolifere, tra tetti ai prezzi e iniziative promozionali temporanee, non sarebbero quindi sufficienti a neutralizzare completamente gli aumenti registrati sul mercato.

Secondo i dati riportati dall’analisi, dall’inizio del conflitto preso come riferimento dallo studio il prezzo medio della benzina alla pompa sarebbe cresciuto del 29,1%, mentre quello del gasolio per autotrazione avrebbe registrato un incremento del 36,6%. Percentuali che hanno conseguenze sia sulla mobilità privata sia sui costi sostenuti dalle imprese.

Pendolari e attività produttive tra i più esposti

A risentire maggiormente della situazione sono innanzitutto coloro che devono utilizzare quotidianamente l’automobile, soprattutto nelle aree in cui i collegamenti attraverso il trasporto pubblico non rappresentano un’alternativa sufficiente.

L’impatto diventa ancora più rilevante per il tessuto produttivo. Autotrasportatori, agricoltori, pescatori, tassisti e piccole aziende di servizi devono fare i conti con costi operativi più elevati, che non sempre possono essere trasferiti sui prezzi applicati ai clienti. Il rischio è quindi una progressiva compressione dei margini economici, accompagnata da una minore disponibilità di liquidità.

Sul quadro generale continuano inoltre a incidere le tensioni geopolitiche in Medio Oriente. L’incertezza sulle forniture e la volatilità dei mercati energetici possono riflettersi rapidamente sulle quotazioni e, successivamente, sui prezzi praticati presso gli impianti di distribuzione.

Il nodo del debito e la posizione sull’Unione europea

Con l’avvicinarsi della conclusione dell’anno, trovare coperture attraverso una revisione immediata della spesa pubblica potrebbe tuttavia risultare difficile. Resta quindi sul tavolo l’ipotesi di ricorrere a nuovo debito, una soluzione che permetterebbe di finanziare interventi nel breve periodo ma che avrebbe conseguenze sui conti pubblici e sulle generazioni successive.

Su questo punto la Cgia rivolge le proprie critiche anche alle istituzioni europee. Secondo l’associazione, rispetto alla crisi energetica del 2022, l’Unione europea non avrebbe garantito agli Stati membri analoghi margini di flessibilità per superare temporaneamente i vincoli di bilancio e finanziare misure straordinarie contro i rincari.

Il rischio indicato è quello di un aumento del malcontento tra cittadini e categorie produttive in diversi Paesi europei. In assenza di altre risorse immediatamente disponibili, un maggiore ricorso al debito potrebbe dunque rappresentare uno degli strumenti per assicurare liquidità alle famiglie e alle imprese più esposte.

Per Bari, intanto, il dato dei 25,6 milioni di euro di maggiore spesa restituisce la dimensione locale di un fenomeno nazionale. La durata delle tensioni sui mercati energetici e le decisioni che saranno adottate sul fronte della finanza pubblica determineranno quanto a lungo automobilisti e attività economiche dovranno sostenere l’attuale pressione sui costi.

Redazione

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